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lunedì 11 luglio 2016

American Horror Story
Ho paura di aver paura della paura


American Horror Story
(serie tv, stagione 1, puntata pilota)
Rete americana: FX dal 5 ottobre 2011
Rete italiana: su Fox dall’8 novembre 2011
Creata da: Ryan Murphy, Brad Falchuk
Regia primo episodio: Ryan Murphy
Cast: Connie Britton, Dylan McDermott, Taissa Farmiga, Evan Peters, Jessica Lange, Denis O’Hare, Jamie Brewer, Shelby Young, Alexandra Breckenridge, Frances Conroy
Genere: paura
Se ti piace guarda anche: American Gothic, Masters of horror, Twin Peaks

“Di cosa hai paura?”
“Ultimamente? Di tutto. La vita tende a farti questo effetto.”


Paura. Hai paura?
Io sì.
Perché?
Perché ho visto questa cazzo di serie che mi ha fatto strippare del tutto e adesso…
Adesso cosa?
No. Non posso dirtelo. È troppo pericoloso. Ci stanno ascoltando.
Ma chi?
sussurrato: Loro.
Loro chi?
Non lo so. Loro. Sono ovunque. Ci ascoltano. Ci osservano.
Oh, anche tu con ‘sta paranoia delle intercettazioni?
Sì.
Hai bisogno pure tu di un DDL?
No, ho solo visto American Horror Story con l’ADSL. E voglio vederlo ancora.
E che cos’è?
È una nuova serie tv. Il pilot è la cosa più pazzesca che abbia visto in tv (anche se poi in realtà l’ho vista sul portatile, ma non dirlo a nessuno) negli ultimi 20 anni. Su per giù dai tempi di Twin Peaks. Sì, Twin Peaks. Ho i brividi al solo nominarlo. O dai tempi di American Gothic, quella sì che era una serie spaventosa. La cosa più convincente di questo American Horror Story non è che ci racconti una storia del tutto nuova. È il modo di raccontarlo che è nuovo. Diverso. Una pugnalata allo stomaco del resto della programmazione televisiva omologata. Quella fatta da serie tutte uguali. Qui c’è un montaggio frenetico. Un montaggio scatt. Un montaggio scattoso. Uno stile veloce che ti fa accelerare i battiti del cuore. Ti spaventa. Ti stende. Sembra di essere in Shining però girato dal Gus Van Sant più indie però montato alla velocità della luce. No, non della luce. Dei neutrini. I neutrini sì che van veloci. Altoché Usain Bolt. This shit is dope as fuck. Dammit. Ci sono tagli di montaggio e tagli delle vene. C’è una scena iniziale che ricorda gli horror anni ’70 alla Halloween di John Carpenter e inquadrature sbilenche e apparizioni e omicidi e fantasmi e sesso sadomaso e poi. Una sigla che sembra fatta dai Portishead spaventati a morte. Forse minacciati con una pistola. Jessica Lange in un ruolo estremamente sgradevole. E ha una figlia down inquietante. Inquietante non perché è down, ma perché è inquietante punto. E a proposito di inquietante c’è Denis O’Hare, il Russell Edgington di True Blood, con mezzo volto sfigurato. E poi ci sono le musiche di Bernard Herrmann che spuntano fuori da Kill Bill e Vertigo. E poi…
Poi cosa?
È troppo rischioso. Secondo me ci stanno sentendo. Devo abbassare la voce: in American Horror Story la protagonista è Connie Britton, quella di Friday Night Lights, LA MILF per eccellenza della tv americana, che qui ha perso il bambino per aborto. Ma non è che l’ha perso per aborto e basta. L’ha partorito al settimo mese. Morto. È nato morto. Lei e il marito non hanno superato il trauma e così lui, un Dylan McDermott perennemente nudo o che si masturba o che si fa qualcuna, l’ha tradita con una sua studentessa. Perché lui sì è un professore. E pure uno psichiatra. Uno strizzacervelli. Ma è anche pazzo. Ha ovvi problemi mentali. E anche sessuali. Soprattutto sessuali. È un maniaco. E poi vede cose. Tipo la vecchia governante che è la madre di Six Feet Under per lui è una strafiga. Vede le cose diversamente dagli altri.
Gli altri chi?
I normali.
Chiii?
I normali.
Ne esistono ancora di persone normali?
Parla piano, che ci ascoltano. I normali sono i non pazzi. Succede che a volte la gente impazzisce e basta. Comunque Connie Britton LA MILF e il marito maniaco decidono di cambiare aria e trasferirsi sulla West Coast, sperando forse di poter vivere dentro un video di Snoop Dogg. Invece no. Invece si prendono una casa creepy da famiglia Addams e ci vanno a vivere con la figlia. Creepy pure lei. Però pure carina. Carina nel senso freak del termine. È Taissa Farmiga.
Chi?
È la sorellina di Vera Farmiga, l’attrice di Tra le nuvole e Source Code. Brava lei. E pure la sorellina. Di lei si invaghisce un paziente del padre. Un giovane pazzo. Uno visto in Kick-Ass. Uno che sogna di fare una strage Columbine style. Lei è una wristcutter, si diverte a tagliarsi le vene, lui è un potenziale killer serial. Bella coppia, vero? Ma attenzione!
Cosa c’è ancora?
Questa serie va vista rigorosamente di sera. Meglio ancora: di notte. Al buio. Da soli. Con un temporale in arrivo. O il vento fuori che ulula furioso.
Ma chi è che ha creato una cosa così spaventosa?
La firma al fondo della serie è quella di Ryan Murphy e Brad Falchuk, gli autori di Nip/Tuck e Glee.
Gleeeeee?
Sì, ma dimenticatelo: qui non si canta. Qui si urla dalla paura.
AAAAAAAAAAAAAAH

(voto 9/10)

mercoledì 6 luglio 2016

Narcos, la serie che crea più dipendenza della cocaina

Narcos
(serie tv, stagione 1)
Rete americana: Netflix
Rete italiana: Netflix Italia
Creata da: Carlo Bernard, Chris Brancato, Doug Miro, Paul Eckstein
Cast: Boyd Holbrook, Wagner Moura, Pedro Pascal, Joanna Christie, Luis Guzmán, Paulina Gaitan, Stephanie Sigman, Danielle Kennedy, Juan Pablo Raba, Bruno Bichir, Alberto Ammann, Vera Mercado
Genere: roba buena
Se ti piace guarda anche: Gomorra - La serie, 1992, Breaking Bad

La vuoi una roba giusta?
La vuoi una roba buena?
La vuoi una roba che non ti fa dormire la notte?
La vuoi una roba che ti dà una botta più di qualunque droga tu abbia mai provato?
Ce l’ho io. Si chiama Narcos. È la nuova serie tv di Netflix. Ti offro la prima dose gratis. La puntata pilota è una vera e proprio bomba, meglio della bamba. Ti garantisco che poi non potrai più farne a meno e ti dovrai sparare anche gli altri 9 episodi uno in fila all’altro. Se ti piace l’assaggio, le altre puntate te le faccio pagare solo 50 euro l’una. Se le prendi tutte in un colpo solo, ti faccio lo sconto: 300 euro.

Dici che è una serie Netflix e Netflix sta per sbarcare in Italia al prezzo di 7.99 euro al mese?
Bueno. Allora se la prendi da me ti vendo l’abbonamento a 4.99 al mese, e dentro ci metto anche l’opzione per vedere Sexflix, la versione porno di Netflix, più una batteria di pentole in acciaio inox, che lo so che nessuno può resistere a una batteria di pentole in acciaio inox.

Visto che è una serie di Netflix, potresti pensare che Narcos è il nuovo Orange Is the New Black. Invece no. Narcos es el nuevo Gomorra. Sarà anche una produzione televisiva statunitense, però qui si respira più che altro un’atmosfera latinoamericana, grazie all’ambientazione colombiana e alla parlata ispanica che nel giro di una manciata di episodi diventa contagiosa quanto quella di Gomorra - La serie, de puta madre!

Narcos ti racconta le vicende di un tizio al cui confronto Don Pietro e Genny Savastano sembrano quasi dei dilettanti del crimine. Pablo Escobar è un mix tra Scarface, Don Vito Corleone e Osama Bin Laden. È un trafficante di cocaina, anzi è IL trafficante di cocaina. Se adesso hai una (o più di una) striscia di coca su per il naso puoi dire grazie a lui. Si deve infatti a Escobar se la cocaina è stata esportata con così grande successo negli Stati Uniti, diventando uno status symbol per gli yuppie degli anni ‘80 prima dall’altra parte dell’Oceano e poi in Europa, Italia compresa. Oltre a ciò, Pablo Escobar è anche un assassino, un terrorista e pure un uomo politico. Vedi tu quale delle tre cose sia più pericolosa. Capisci bene che al suo cospetto i Savastano si devono dare un attimo una svegliata, se vogliono ambire al ruolo di super cattivoni e poter avere i Minions dalla loro parte.

Oltre a uno stile criminale non troppo distante da Gomorra - La serie, Narcos ti ricorderà vagamente anche un’altra serie italiana recente, l’altra migliore serie italiana recente: 1992. Pure qui abbiamo infatti un mix tra realtà e finzione, personaggi veri e fittizi, cronaca di quanto davvero successo nei decenni passati, in questo caso si parte dai primi anni ‘80 e si arriva fino ai primi anni ‘90, e infarcimento televisivo. Se 1992 predilige però giocare sul versante fiction, Narcos ha uno stile un po’ più documentaristico, a volte si ricorre proprio a spezzoni tratti da filmati dell’epoca, e ha uno spirito più aderente ai fatti. O almeno così sembra, visto che, non so te, ma io prima di questa serie al riguardo di Pablo Escobar sapevo poco o nulla, se non che veniva esaltato su alcune t-shirt tamarre che andavano di moda - non si sa bene perché - qualche anno fa.

Narcos comunque non è un documentario, paisà. Narcos è una grande serie che sa bene come usare la storia, l’incredibile storia di Pablo Escobar e della Colombia a cavallo tra 80s e 90s, per creare un ottimo prodotto di intrattenimento televisivo. Non ti devi certo aspettare una visione leggera o disimpegnata, però sa essere davvero accattivante anche per i meno appassionati di narcotraffico o di storia colombiana recente o di malavita in generale. Narcos è una fottuta figata che seguirai con enorme interesse - salvo giusto qualche sporadico calo d’attenzione qua e là - per tutti e 10 gli episodi che vanno a comporre la prima stagione. Ma tranquilo chico che la seconda è già stata confermata.
Se Narcos si fa seguire che è un piacere anche da chi Pablo Escobar fino ad ora l’aveva sentito nominare a malapena, c’è un motivo. Il tratto maggiormente distintivo della serie, che - chissà? - magari tu potresti anche considerare una cosa fastidiosa, è la voce fuori campo.
Tutti gli episodi di Narcos sono accompagnati, e parecchio, dalla voce di un agente americano della DEA, l’agenzia statunitense che combatte il traffico internazionale di stupefacenti. Il suo punto di vista permea l’intera serie e per fortuna, per quanto si tratti di un tipo molto yankee, non è un agente perfettino o il più alto baluardo di moralità. Pur non approvando sempre l’uso della voce fuori campo, che a volte può risultare superfluo o in certe occasioni può nascondere l’incapacità di un regista di mostrare ciò che vuole dire con le immagini anziché con le parole, qui è davvero necessario. Senza la voce fuori campo, senza un punto di vista esterno, Narcos sarebbe una serie seguibile e comprensibile solo da un pubblico di colombiani che hanno vissuto, e soprattutto che sono sopravvissuti, nel periodo raccontato. Quindi la voce fuori campo in questo caso ci sta tutta e dopo un po’ offre anch’essa un senso di dipendenza. Così come i personaggi, tutti più negativi che positivi, ottimamente interpretati da un cast di volti non troppo conosciuti, almeno dalle nostre parti, a parte Pedro Pascal già segnalatosi come Oberyn Martell in Game of Thrones, e l’ex calciatore del Real Madrid Raul, scusa volevo Alberto Ammann visto nelle pellicole spagnole Cella 211 ed Eva. E poi c’è anche quella faccia cattiva di Luis Guzmán che quando c’è da fare qualche personaggio latino lo chiamano sempre.
utto in questa serie funziona così bene che persino la colonna sonora ti piacerà, anche se come me le latinoamericanate le odi, a partire dalla magnifica sigla “Tuyo” di Rodrigo Amarante. È tutta roba di prima qualità. Tutta roba tagliata fina, più fina della maglietta di “Questo piccolo grande amore” del Baglioni.
E allora, ti sei deciso? La vuoi questa prima dose di Narcos?
Se poi però quando la finisci vai in crisi d’astinenza, son cavoli tuoi.

(voto 8/10)

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